… e si finisce con la bellezza

Page blanche di Luc amorous

Meraviglia, meraviglia, meraviglia. Wow. Il pubblico alla fine si è alzato in piedi, e urlava. Meraviglia, sul serio. Nove pannelli di plastica, con una superficie di pellicola trasparente che veniva di volta in volta staccata e accartocciata : i sei attori, cantati, ballerini dipingevano su quella pellicola posticcia immagini meravigliose – appunto – ed effimere. Però, oltre alla bellezza di tutto questo dipingere, del colore e della assenza di colore, oltre alla musica dal vivo e ai canti dal vivo – spasmo dei sensi, sul serio; c’è una drammaturgia che non lascia indifferenti : ci parla dell’arte, il mercato dell’arte – spietato, il mercato dei corpi nella seconda guerra mondiale, delle lingue che scompaiono senza che un traccia scritta ne rimanga a testimonianza. il vento già porta via i nostri canti. il canto di questi artisti ha vibrato nel cielo di Venaria e non ha lasciato tracce, non voleva. Tracce tangibili. Perché era un altro tipo di traccia che voleva lasciare. Il tipo di traccia che rimane nel cuore e nella mente, per sempre.

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Una domenica al Castello di Racconigi

Ilmatila Ilona Jantti di e con Ilona Jantti

La balance dé Lévité di Yann Bourgeois Con Marie Fonte

Attack in Racconigi di Gabriella Cerrittelli e Roberto Tarasco con Gabriella Cerrittelli installazione di Paolo Grassino

 

Castello di Racconigi : meravigliosa scena naturale per tre diverse performance : mettere alla prova il proprio corpo, l’equilibrio, partendo dallo spazio che ci circonda : sia esso una radura, un prato immenso o un antico salone.

Camminiamo, sino ad una piccola radura. Fili appesi agli alberi creano una ragnatela che verrà esplorata dalla leggerissima Ilona Jantti,  insieme a Stefania Riffero che accompagna le delicate acrobazie della Jantti con il violoncello. Ilona sembra una creatura dei boschi che si libra nell’aria, senza sforzo e fatica apparente : vola fra gli alberi, si sposta di filo in filo, ci sorride. Un signore, fra il pubblico la battezza simpaticamente la donna ragno. Chissà se il signore lo sa che è proprio il titolo dello spettacolo gangewifre a significare “movimento del ragno” , antico termine inglese. C’è scritto sul libretto di sala, ma l’impressione è che sia stata la sola suggestione dello spettacolo a suggerirgli quel titolo. Le signore intorno a lui sorridono e approvano “bravissima”.

Torniamo indietro, verso il castello. Un grande prato e uno strana macchina : la balance de Lévité, sulla quale Marie Fonte si arrampica prestandosi a giochi di equilibrio che ricordano le giostre e i giochi dei bambini. Un inconveniente tecnico non ci ha permesso di sentire le musica che accompagnava l’acrobata nel suo gioco. “Secondo me senza musica era ancora più bello. C’era una tale concentrazione …”  sono d’accordo con la spettatrice, la concentrazione si sentiva nell’aria, poteva tagliarsi col coltello, persino i bambini – ed erano molto piccoli, sono stati rapiti. La balance de Lévité fu usata da Newton per i suoi esperimenti sulla gravità : questo rende ancora più affascinante la performance, frutto delle ricerche dell’acrobata  Yoann Burgeois,  sul punto di sospensione. Alla fine dell’esibizione Buregeois chiede se ci sono venti  volontari fra il pubblico che abbiano voglia di cercare il loro punto di sospensione. Sembra divertente, c’è un nuovo spettacolo a cui assistere. Purtroppo, però, alcuni di noi devono spostarsi nel salone d’Ercole, per assistere all’ultimo spettacolo della giornata. Peccato. Non poi troppo, però. Un tubo nero rivestito di velcro e dentro una danzatrice : indossa una tuta di velcro, anch’essa. Ne risulta che la danzatrice è letteralmente appiccicata al tubo : a fatica si muove, si stacca per poi ri – attaccarsi, di continuo. Un microfono ci fa sentire i laceranti strappi del velcro. Suoni inquietanti accompagnano la creatura “attaccata” che finalmente, concretizzandosi, esce dalla tuta : sembra una nascita. Poco significativa, a mio avviso, la danza al piano superiore, sul balconcino. Tuttavia, estremamente affascinante la ricerca sul suono e sull’immagine.

Giulia Miniati

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Chewingum revolution

La storia di una donna polacca, Wiktoria, e della sua famiglia. Ma soprattutto la storia di una generazione, di quei giovani cresciuti all’ alba della fine del comunismo e l’ inizio del consumismo occidentale, fatto di coca-cola, fast food e chewingum, per l’ appunto. Una storia che man mano degenera e subito si mettono a confronto due mondi estremamente opposti, fatti di ideali e sensazioni differenti e la protagonista si trova esattamene in mezzo, tra due fuochi. Con l’ aiuto di filmati e canzoni torniamo tutti indietro nel tempo, al momento esatto in cui il cambiamento stava avvenendo. L’ inserimento di gag e storie al limite dell’ assurdo danno vita a una prosa- commedia, fatta anche di momenti che fanno pensare, perché dopo l’ arrivo dell’ età dell’ oro si vuole ritornare alla vecchia favola, più semplice e reale. Attraverso il dispiegarsi della storia, personale e mondiale, esce fuori anche una polemica nei confronti di questo mondo occidentale che ingloba qualsiasi cosa incontri sulla sua strada, nell’ esatto momento in cui “eravamo ricoperti da tutto il bene e da tutto lo schifo del mondo”. Lo spettacolo di prosa, è tratto da “Rewolucja balonowa” dalla polacca Julia Holewinska, è diretto da Robert Talarczyk, con Beata Dudek e Davide Capostagno.

Chiara Viviani

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The Animals and Children Took to the Streets

di 1927
scritto e diretto da Suzanne Andrade
film, animazione e design di Paul Barritt
con Sue Appleby, Lewis Barfoot, Eleanor Buchan
visto venerdì 19 al Teatro Astra.

Secondo fortunato spettacolo della compagnia inglese 1927 guidata da Suzanne Andrade e composta da un team artistico eterogeneo. Quello che loro chiamano “magical filmic theatre” è una via di mezzo tra un musical e un film d’animazione, che affianca sul palco interpreti in carne e ossa ad animazioni e illustrazioni proiettate in video mapping. Un marchio di fabbrica che finirà per imporsi. The Animal and Children Took to the Streets presenta un immaginario narrativo, visivo e sonoro che attinge dal panorama culturale del XX secolo, in particolar modo degli anni venti. Si possono notare più o meno espliciti riferimenti a Fritz Lang, al cinema muto, alla grafica di Aleksandr Rodchenko, al genere noir metropolitano.
La storia è molto semplice e lineare, si potrebbe definirla una commedia dark grazie ai toni cupi, al sottile umorismo e a un totale disprezzo per il lieto fine tradizionale. Sul palco ci sono tre interpreti, ottime cantanti, una di loro suona dal vivo le musiche che accompagneranno lo spettacolo, e a turno  impersonano più personaggi del racconto per dar vita alle vicende della bislacca comunità del Bayou, sobborgo degradato e malfamato di una grande città, che ha il suo fulcro nella scandalosa Red Herring Street. Il risultato è un prodotto simile a un libro illustrato pop-up o a una graphic novel con un design grafico che un po’ ricorda quello del francese Sylvain Chomet.

Francesca Carosso

 

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The Dry Piece

Il corpo e niente più. Il corpo nudo, sudato, con le sue forme sinuose e ben definite. I  corpi  di quattro danzatrici per le precisione, le quali entrano in scena vestite e poi si denudano, perché la loro danza è proprio incentrata sulla nudità del corpo e su come viene percepita attraverso le interazioni e i movimenti. In un’ era in cui la figura umana nuda è praticamente al centro di ogni sguardo, sotto i riflettori, perennemente in mostra, quand’ è che un seno nudo, una gamba scoperta o delle natiche senza  un velo finiscono per diventare pura volgarità? La domanda se la pone anche Keren Levi, coreografa israeliana, la quale si fa anche orientare dal lavoro della scrittrice post femminista Naomi Wolf. Il riprendere i corpi delle danzatrici in tempo reale con una videocamera posta sopra le loro teste e proiettare il tutto su un maxischermo crea un effetto molto interessante: i movimenti  e l’ unione- fusione dei corpi creano delle vere e proprie visioni, a volte distinguibili, a volte così poeticamente ricercate. E quando la performance termina si rivestono: l’ essenziale è stato fatto e il corpo nudo, sudato, con le sue forme sinuose e ben definite non ha più nulla da enunciare.

Chiara Viviani

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WASTELAND

“Wasteland”, progetto speciale elaborato per il festival olandese Oerol nel 2007, ideato e diretto da Alexandra Broeder, è una performance teatrale, è creazione in situ inserita nella vetrina Paesi Bassi di Teatro a Corte 2013.

Piazza Castello: un pullman, normali passeggeri. Si parte. Tutti sono consapevoli della strada che si sta percorrendo, la direzione è quella che porta verso La Venaria Reale. Alla fermata il pullman accosta. Una bambina sale, osserva, non dice nulla, scende.

Il pullman riparte ma non procede in maniera ortodossa. Alla fermata successiva, una bambina sale, osserva, non dice nulla, scende. È la stessa bambina di prima. Il pullman riparte ma non procede in maniera ortodossa.

Giungiamo al parco Naturale della Mandria. La bambina è già lì ad attenderci; ora è in compagnia di un’altra bambina. Salgono, osservano, ma questa volta non scendono. Guardano negli occhi ogni passeggero, anche più volte, cercano qualcosa in questo coinvolgente scambio di sguardi, nel quale le due bambine sono le padrone del gioco.

Altri bambini lungo il percorso. Il pullman si ferma. L’autista se ne va.

Si odono passi sopra le proprie teste. I bambini circondano il pullman. Questo è il loro habitat, questo è il loro gioco in cui la mente e l’inversione dei ruoli giocano un ruolo fondamentale. I bambini, per lo più bambine, vestono una divisa: jeans e camicia bianca. Sono puri.

Dopo avere sequestrato tutti i telefoni, ordinano al pubblico di scendere dal pullman. In fila per due, mano nella mano(come i bambini a scuola) il pubblico cammina lungo i sentieri del parco con i bambini che lo guidano e lo continuano ad osservare. Borse, maglioncini, occhiali, tutto è sequestrato.

Un banchetto, due ostaggi, una foto. Un pianto. L’abbandono. “Tutto andrà bene”.

Alessio Negro

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ITALIANI

Italiani sono Gian Luigi Carlone, Giorgio Li Calzi, Johnson Righeira il trio di musicisti che per la seconda domenica di Teatro a Corte alla Venaria Reale, eseguono la musica italiana in forma teatrale.

12 brani,di diversa estrazione e periodo riletti in chiave elettronica, grazie alla tecnologia di Li Calzi in grado di suonare una tromba che proprio grazie alla tecnologia produce il suono di una chitarra. Ma la musica è solo parte di questa drammaturgia nella quale l’immagine è presenza fondamentale.

Torino che non è New York: Righeira spara. L’italiano: Carlone legge la Bibbia. Sarà perché ti amo: Carlone si inginocchia davanti a Righeira.

Carlone balla, Righeira legge i giornali degli anni sessanta e Li Calzi dai computer dirige l’orchestra. Ogni brano è un quadro, un nuovo fondale proiettato su mega schermo.

Si passa da Enzo del Re a Fabrizio De Andrè da Lucio Battisti a Dario Fo per poi arrivare all’Inno di Mameli cambiandone il ritmo. La canzone italiana rivista e scorretta.

Ed a settembre è in uscirà il cd, Italiani non mancate.

Alessio Negro

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GIOCARE STUPENDO – Rivoli, 13 – 07 – 2013


Il Castello di Rivoli è sempre una cornice piacevole e suggestiva e Teatro a Corte ve sempre a segno scegliendo gli spettacoli da inserire in questo “habitat”.Sabato 13 luglio, un percorso, quattro spettacoli.

Apre le danze, Nick Steuer, per la vetrina dei Paesi Bassi, con “Freeze!”, performance dal vivo in cui il giovane performer olandese mette in scena la sua passione di sempre: impilare pietre e sassi. Vestito di nero, attende il pubblico in piedi, scalzo, senza staccare lo sguardo dai sette cubi di specchi e dalle trentuno pietre che con lui daranno vita a questa creazione. Il pubblico, chi seduto chi in piedi, è disposto lungo i lati lunghi della stanza, senza calpestare il tappeto, luogo d’azione di Steuer. Del nastro bianco da elettricista disegna, partendo da una presa di corrente, un percorso su questo nero tappeto come se l’artista volesse richiamare a se tutta l’energia possibile. Semplicemente impila queste pietre sfidando la gravità e l’ quilibrio. Talvolta pare in difficoltà, e ripeto “pare” in difficoltà. Steuer comunica con il pubblico, è consapevole dell’attenzione che esso gli rivolge e sa quando bisogna richiamarlo all’ordine, invece che adagiarle ecco che appoggia più bruscamente le pietre sulla specchio. Nel silenzio totale è performance anche sonora, che si conclude con sette opere d’arte, ognuna su di un piedistallo.

Fuori è cominciato ed è già smesso di piovere.

Ci si sposta nel teatrino.

Ad attendere il pubblico Yann Frisch nei panni del personaggio di “Morceaux de Clown”, che ci presenta in anteprima 15 minuti de “La Syndrome di Cassandre”, creazione attesa per la prossima edizione di Teatro a Corte. E’ un clown vestito da clochard, truccato di bianco sporcato di nero, compreso il naso rosso. Il clown vive nella propria solitudine. Al clown non piace la luce dei riflettori. Il clown sbatte le palpebre e mangia banane.  Ma Yann Frisch è campione europeo e mondiale di magia, che gioca con le regole del clown.

Si esce, si asciugano le sedie, ci si siede. Lo spettacolo può cominciare.

Su di un palco bagnato dalla pioggia appena caduta, pressoché spoglio (alla cui vista si comprende però che ci sarà un numero di funambolismo) con i lampi a fungere da scenografia; Karl Stets vestito di abiti che un po’ ricordano quelli di Yann Frisch ma senza trucco e fuliggine, entra in scena con una valigia che pare una fisarmonica e che contiene gli attrezzi del mestiere. Un grammofono la sua voce.  Che storie che è in grado di portare in scena questo acrobata, giocherellone manipolatore di corda, anche pauroso. Un pesce, un amo, nove trappole per topi e due campanelle gli altri suoi compagni di giochi in “Cuerdo“.

Al secondo piano, nella stanza 18, József Trefeli & Gabor Varga giocano con i loro movimenti e con i loro ritmi.

Il pubblico è seduto in cerchio attorno ai due danzatori, che camminando diametralmente opposti e pronunciando parole (credo ungheresi) disegnano il loro cerchio. Srotolano un nastro di quelli bianchi e rossi da cantiere. Sono consapevoli dello spazio che li circonda. “Jinx 103” è alchimia, disequilibrio, suono, voce, energia. È tempo e controtempo, ed ogni volta che varia il tempo varia il tema. La musica è fatta dai corpi, dalle mani che sbattono sulle scarpe, sulle cosce a terra. “Jinx 103” è ascolto reciproco, è complicità, è amicizia. Questo percorso andrà ricordato come quello del gioco per attori e performer e della stupefazione per il pubblico.

Alessio Negro

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La serre

La stampa lo ha definito “circo intimo” e in effetti lo è: siamo in una piccola serra allestita nella Galleria Tamagno del Teatro Regio di Torino a stretto contatto con Jean-Paul Lefeuvre e Didier André, i due artisti circensi. Attraverso gag semplicissime creano uno spettacolo poetico, inserito in un contesto contadino- botanico. L’ essenza vera e propria dello spettacolo sta in questa semplicità esibita con leggerezza e maestria, non una semplicità banale, ma un modo di essere, e di esprimere, vero e diretto. Non aspettatevi tripli salti mortali da far restare senza fiato, ma al contrario, preparatevi a dei gesti sani e genuini, incorniciati in un contesto poetico, da sogno, semplice e reale come solo un ambiente contadino-botanico sa dare. L’ atmosfera creata è familiare, siamo lì tutti riuniti per ammirare, con gli stessi occhi dei bambini seduti in prima fila, una performance semplice, dal gusto naturale e autentico. Qualità che, purtroppo, mancano in quest’ ultimo periodo.

Chiara Viviani

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Percorso al Castello di Agliè_ venerdì 12 luglio

Itinerario alla scoperta di una delle residenze sabaude più ricche e meglio conservate i cui spazi sono reinventati per ospitare tre creazioni in situ: due spettacoli di danza dall’Italia e una performance- installazione olandese che non ha precedenti al festival, in più l’itinerante Macchina per il teatro incosciente già incontrata nei giorni passati. Il Castello si rivela una cornice suggestiva, un contenitore che può solo aumentare il valore delle performance al suo interno, e che, grazie a questo percorso, molti spettatori torneranno sicuramente a visitare.

FREEZE!
di e con Nick Steur

Sul prato, vicino al bordo della Fontana circolare  sono collocati sette cubi a superficie specchiante, sopra e tutto intorno sono stati abbandonati, apparentemente in ordine casuale, grossi sassi dalle forme  irregolari. Il silenzio e la calma che si creano spontaneamente intorno all’artista appena comincia a impilare le pietre, a esclusione solamente del rumore dell’acqua, fanno molto giardino zen.
Con estrema concentrazione e sangue freddo l’olandese Nick Steur costruisce piccole torri con i sassi ricercando quell’unico punto di stabilità che permette un, seppure precario, equilibrio. È sufficiente un movimento brusco, uno spostamento d’aria, e la scultura potrebbe crollare. Il pubblico applaude con timore.
Che ci sia un trucco? Nessun trucco. Esiste una disciplina, lo stone balancing, che fa della ricerca dell’equilibrio perfetto tra le pietre una vera filosofia, e vanta  un nutrito gruppo di appassionati in tutto il mondo.
Nick Steur ha trasformato quello che poteva essere un passatempo in una performance, che in quanto a meraviglia non ha nulla da invidiare a un esercizio di giocoleria.
L’esibizione termina quando su tutti i cubi è presente una scultura, e lo spettatore può aggirarsi liberamente ma con circospezione come intorno ad una installazione artistica.  Non  permanente, perché quando sarà il turno di un altro gruppo di spettatori Nick ripartirà da zero, probabilmente seguirà uno stesso schema, ma una componente minima di improvvisazione può determinare un diverso paesaggio.

WOLKENHEIMAT. Trattato della lontananza
di C.ie Zerogrammi
regia e coreografia di Emanuele Sciannamea
da un progetto di Stefano Mazzotta
con Pieradolfo Ciulli, Roberta De Rosa, Stefano Roveda

Compagnia vincitrice del premio Hystrio-Teatro a Corte per l’edizione 2013, l’italiana Zerogrammi di sede a Torino è presentata al Festival nella vetrina dedicata ai Paesi Bassi con il suo Trattato della lontananza, che ha debuttato internazionalmente all’Oerol Festival lo scorso giugno.
Ricco di citazioni letterarie e filosofiche, Wolkenheimat – la patria di nuvole propria del poeta – è uno spettacolo di teatro-danza atipico, nervoso, quasi nevrotico che non si priva di un po’ di umorismo. Trattato della lontananza è anche un saggio di Antonio Prete che fa da linea tematica guida ad un discorso di orizzonti e distanze, di personalità poetiche alla deriva.
A ospitare la performance è l’elegantissima Sala da ballo del Castello, completamente affrescata e arricchita da un gigantesco lampadario che pende a mezz’aria poco al di sopra delle teste dei danzatori. Non si risparmiano stupore e meraviglia nel gruppo di visitatori che sicuramente non si aspettavano una cornice così importante artisticamente.

ADDĺ, 12 luglio 1833
di Paolo Mohovich
coreografia di Paolo Mohovich
danzatori Alice Capello e Andrea De Marzo

Paolo Mohovich torna a Teatro a Corte senza il Balletto dell’Esperia che avevamo salutato l’ultimo giorno di festival dell’anno scorso. Una delle due performance che il coreografo  ci propone in questa edizione è Addí, 12 luglio 1833, una creazione in situ pensata per il piccolo gioiello custodito dentro il Castello di Agliè: il Teatrino voluto da Carlo Felice. Ben conservato e probabilmente ancora funzionante, solo da pochi anni è aperto al pubblico. Alcune parti come il palco in legno, il sipario e alcune scene, sono originali. Non è difficile immaginare la corte che si dilettava con rappresentazioni private.
Quella di Mohovich e dei due giovani danzatori è una breve esibizione fresca e moderna che crea un continuo con il passato, ridando identità a un teatro che da quasi un secolo non svolge più il suo compito originario.

Francesca Carosso

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